Una festa di partito da ripensare.

E’ da poco finita la tre giorni di Chianciano, come sempre ottima occasione per ritrovarsi. E’ questo il punto, se vogliamo che resti solo questo va bene altrimenti va ripensata. Non credo di essere tra i soli delusi di Chianciano e va da sé che la mia è una riflessione deferente e che nasce esclusivamente da una preoccupazione di cui dirò più avanti. Bisogna essere chiari,un conto è una festa di partito, un altro un’assemblea e un’altra cosa ancora, e non si sa bene cosa, è stato Chianciano. Un partito che dovrebbe essere un cantiere aperto come il nostro avrebbe avuto bisogno di una grande assemblea dominata da un confronto serrato di posizioni e da proposte di ogni genere e invece si è preferito riempire gli spazi con qualche intervento esterno di troppo. Due cose in particolare ho trovato ridicole. La prima. Ad un assemblea di partito, o quel che era, parlano i politici e non i tecnici, e faccio solo un discorso di metodo e non di merito perché altrimenti ce ne sarebbe da dire… La seconda,e più grave. Non è accettabile che a conclusione dei lavori ci sia stata quell’americanata dell’intervista anziché un discorso organico. Se una cosa hanno di bello le assemblee è che si respira un clima autentico, vero. Certo se invece vogliamo lasciare questo per proporre il modello televisivo che tanto ha danneggiato la politica e la sua credibilità ben venga. E non posso neppure credere che una cosa del genere sia venuta in mente al Presidente Casini, è ovvio che questa è stata l’idea di qualche grande stratega… Sia chiaro che non mi diverto a dire questo solo per appagare il mio pure ingordo spirito critico, ma per una preoccupazione di cui accennavo all’inizio. La mia preoccupazione nasce dal vedere la grande quantità di persone presenti e la possibilità che continuando di Chianciano in Chianciano quella platea possa essere saturata e si svuoti pian piano, proprio ora che dovrebbe iniziare a riempirsi…

Toscana: meglio eletti o nominati?

Chi segue le cronache politiche in Toscana non può non aver notato il “ripensamento”, chiamiamolo così, del candidato PD alla Presidenza della Regione, Enrico Rossi. Nelle sue ultime dichiarazioni si dice favorevole al ripristino delle preferenze! Premettendo che la Toscana è l’unica regione d’Italia (d’Europa?)  a non prevederle nella legge elettorale per il rinnovo del Consiglio Regionale, l’affermazione potrebbe apparire ai più distratti lodevole. Ma facciamo un po’ d’ordine : quando l’anno scorso è stata varata la nuova legge elettorale della regione è stato proprio il PD a non volere il ripristino delle preferenze (che gli obamiani d’Italia, i democratici, avevano cancellato nel 2004) con il favoreggiamento del PDL, sulla cui linea regionale non credo ci sia molto da dire, non seguendo il PDL alcuna linea.
Ora la la riflessione si può sviluppare su due punti. Il primo : ma dove era Enrico Rossi quando il suo partito ha preso la decisione che ha preso? E dove era quando l’Unione di Centro ha fatto una battaglia a tutto campo per il ripristino delle preferenze, con la campagna “Meglio eletti che nominati!”? Il secondo: si ammetterà che la tempistica delle sue affermazioni è quanto meno discutibile. La questione è seria e riguarda anche, soprattutto, la legge nazionale.
La possibilità di scegliere i propri rappresentanti è un questione di democrazia, non è possibile che siano le segreterie di partito a scegliere i “rappresentanti” per poi far ratificare il tutto con il voto popolare a giochi fatti. Elio Vittorini scriveva : “Ci piaccia o no, accettiamo la storia di cui facciamo parte”. E quella di Enrico Rossi è quella di chi appartiene ad un partito che si è preso la responsabilità di privare i cittadini del diritto alla rappresentanza, quella vera, quella basata sul rapporto col territorio.

Corruzione: quali le ragioni di fondo?

Stamattina sfogliando le pagine del Corsera, pur tentando accuratamente di evitare quelle sugli ultimi scandali corruzione, non ho potuto far a meno di imbattermi nel pezzo di Aldo Cazzullo: un’intervista al Senatore Pisanu, Presidente della Commissione Antimafia e uomo politico di raro spessore, già a capo della Segreteria di Aldo Moro.
Premetto che nel merito alla questione sullo scandalo della Protezione Civile non sono informato accuratamente, ammesso che in Italia sia possibile esserlo. E non lo sono principalmente perché ho voluto evitare di incorrere in giudizi sommari con grida spagnolesche a fare da sfumatura o in processi mediatici che lasciano il tempo che trovano, o almeno così dovrebbe essere. E poi perché credo che indignarsi non sia di per sè la soluzione. Ed è per questo che ho apprezzato le parole del Sen. Pisanu, che faceva un discorso di metodo: “Oggi è la coesione sociale, e la stessa Unità Nazionale a essere in discussione” e “Non sarei così preoccupato se fossi sicuro della tenuta della società civile e dello stesso patto costituzionale”. A essere in discussione non è un fatto isolato o contingente, ma un sistema che affossa il Paese e lo rende impreparato difronte alle sfide che contano. La riflessione da fare, a mio modo di vedere, riguarda appunto le ragioni di fondo di tutto ciò. E se c’è una cosa che le cronache odierne insegnano è che la principale di queste è che in Italia contano più le relazioni che il merito. Lo snodo della questione è politico, affidato ad una classe politica che non solo ignora la questione morale, ma perde di vista la bussola della politica come strumento: “In generale, è chiaro che, quando si riduce la nozione stessa di bene comune, decade lo spirito pubblico, si allentano i vincoli della legge e si spiana la strada alla corruzione”. Tuttavia è da chiedersi con altrettanta forza se il problema non riguardi anche la stessa società civile, paralizzata in logiche nepotiste e ben lieta di esserlo. Infatti, quando ci si riempie la bocca dicendo che ci vuole una nuova classe politica, non si capisce con cosa o chi si debba sostituire quella attuale dato il disinteresse sostanziale dei giovani per la politica e più in generale il mancato senso civico. Sulla base di tutto questo non ci scandalizziamo se l’Italia è ai primi posti nel mondo per corruzione e agli ultimi per le libertà economiche. Nessuno ne parla, ma in questo quadro di corruzione e raccomandazione è proprio il principio liberista delle libertà economiche ad essere leso. Diceva Moro: “Questo Paese non si salverà, la stagione dei diritti e della libertà si rivelerà effimera, se non nascerà in noi un nuovo senso del dovere”. E se non la smetteremo di pensare che indignarsi sia di per se’ la soluzione.

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