Giovani a confronto… fra Dinamiche e Pregiudizi

In genere sentendo parlare di giovani, si hanno sempre freddi dati statistici, e sempre piu raramente si da voce ai diretti interessati. Basta andare sul sito web della Provincia di Pisa, e ne abbiamo la prova il recente rapporto dell’osservatorio sociale della Provincia di Pisa, che ha studiato un campione Tot, di giovani Tot, su aspettative Tot, non che questo sia mal tradotto, ma per non fraintendere ambigue interpretazioni trovo che è abbastanza scarno e riduttivo esser radiografati da un ente che poi molti non sanno nemmeno cosa sia, come si articola, ed eventualmente come ci si rapporta.
Di recente in veste di “cittadino”, senza incarichi di partito, oppure esperienze di militanza, ne tanto meno con un humus familiare inerente alla Politica, mi sono recato a Chianciano, per osservare meglio da vicino, cosa succedeva, capire un pò di piu chi fossero questi “moderati”, e anche perchè ero interessato a un dibattito dialettico con personalità di rilievo nella vita sociale di un paese (ad esempio il filosofo Cacciari, piuttosto che esponenti del panorama sindacale e giornalistico italiano). E una cosa posso affermare con certezza: vi era una buona fetta di pubblico, certo magari non ha raggiunto presenze come il Meeting di Rimini, ma sicuramente un trend positivo.

Ritengo sia fondamentale sia nell’ “Industria” politico e culturale la presenza di noi giovani, senza nulla togliere a chi ha qualche anno in più, basti pensare che alla presentazione di un libro l’età media si aggira sui ’70 anni, e per carità che Dio ci conservi questi intrepidi lettori. In effetti gli anziani presenti nella località termale di Chianciano, un pò incuriositi da questa insolita popolazione giovanile, hanno vissuto questa compresenza di luoghi in modo propositivo. Da giovane posso dire che spesso oltre i pregiudizi, è questa società che ha difficoltà a mettersi sulla nostra stessa lunghezza d’onda… i sondaggisti e i guru del marketing non sanno mai per chi votiamo, non sanno incasellarci, ci dicono che siamo generazione x generazione y, persino i vescovi o i tanti profeti di giornata faticano a parlare con noi. Ma sento di dire che non è sempre cosi, da giovane a me interessa la vita pubblica anche come specchio di ciò che vivo, ovvio sono meno interessato al cicaleccio, al gossip, alle varie contrapposizioni e a quei convegni dove si parla una lingua ingessata con interventi cosi astratti che in un presente dove si innova poco e si cerca troppo sono le prime cose ad allontanarci dalla politica.

Ho visto persone motivate, credere in un lavoro collettivo, per un attimo tutti staccati dai vari provincialismi che fanno parte di questo paese, persone che uniscono un binomio di successo collettivo e soddisfazioni personali.
Tutto ciò non so come si evolverà e declinerà nell’orizzonte incerto di questo paese, che pare non volerci più, ma trovo considerazioni di un confronto importante parlare di un benessere comune, ormai dimenticato per gli arrivismi individuali… e tutto ciò dovrebbe far accendere in noi una curiosità critica, per crescere in consapevolezza e meglio esser coscienti di ciò che accade, visto che la politica sembra aver smarrito la coscienza, e esser diventata sempre più un collage di dichiarizioni, privo di stimoli, invece serve introdurre regole e strumenti nuovi..un laboratorio di idee appunto.

Crisi della Scuola: ripartire dalla libertà di scelta

L’apertura del nuovo anno scolastico evidenzia una scuola sempre più in affanno, con risorse limitate,  preoccupanti carenze di organico e, in qualche caso, l’assenza dei beni primari per svolgere la normale attività didattica.

Il caso del nuovo complesso scolastico “leghista” di Adro, in provincia di Brescia, ci porta anche verso una pericolosa politicizzazione della scuola. Su questo tema è giusto riconoscere al Sindaco di Adro, già conosciuto alle cronache qualche mese fa per non voler dare più il servizio mensa ai bambini delle famiglie morose, il merito di aver costruito una scuola all’avanguardia, senza spese per i cittadini. Questo attraverso la cessione gratuita ad una ditta privata di una vecchia scuola, da trasformare in appartamenti, in cambio della realizzazione del nuovo complesso scolastico.

Restavano da acquistare gli arredi per aule, uffici e mensa; problema risolto attraverso un bando pubblico, con il quale è stato chiesto alle famiglie di Adro di versare contributi volontari per coprire il fabbisogno. Obiettivo ampiamente raggiunto tanto che in cassa sono rimaste alcune migliaia di euro.

Quello di Adro, insieme ad altre pratiche di buon governo sparse nel nostro paese e che molte volte non trovano risonanza tra i media, è un esempio che molti amministratori potrebbero seguire, invece di sterili manifestazioni contro tagli che ogni Governo pare destinato a fare. Il sindaco si è fatto poi pubblicità mettendo ad ogni angolo della nuova scuola il simbolo del Sole delle Alpi, caro ai leghisti, intitolando l’edificio a Gianfranco Miglio e facendo ampio uso del colore verde. Tutto questo è molto meno da imitare perché la politica deve sempre rimanere fuori dalle classi.

Purtroppo non è l’unico caso di politicizzazione indebita: la Regione Toscana, ad esempio, dichiara di voler appendere una propria targa in quelle  classi “salvate” dai finanziamenti regionali,  per evidenziare chiaramente chi sono i buoni (la Regione) e i cattivi (il Governo). Decisamente meglio lasciare perdere.

Tornando alla situazione pessima in cui versa la scuola italiana, vorrei provare a riflettere e rilanciare l’opportunità di costruire un nuovo modello, fondato sulla libertà e sulla centralità della famiglia nella scelta educativa dei propri figli. Secondo me in Italia andrebbe ribaltata completamente la concezione che sta dentro il nostro sistema educativo, composto da scuole simili che si propongono la formazione di cittadini “simili”. Questo andrebbe sostituito con uno nuovo più adatto alle esigenze del paese, teso a selezionare presto, ad esaltare le qualità individuali e la diversità.

In questa prospettiva di diversificazione dell’offerta formativa, sarebbe opportuno riprendere con forza il tema della scuola privata, “libera” o come si vuol definire. Tema dimenticato da tutti, in nome dell’errore dogmatico, tipico dell’Italia, per cui esiste l’equiparazione tra ciò che è pubblico con ciò che è statale; e anche per l’oggettiva situazione italiana per cui parlare di scuole private equivale a dire Chiesa Cattolica.

Per incidere veramente al fine di un sistema pluralistico nell’educazione, la vera rivoluzione da fare è l’introduzione del buono scuola – voucher da dare ai genitori, per poterlo spendere nell’istituto pubblico (statale o non-statale che sia), che giudicano migliore per i propri figli. In questa maniera si dà alle famiglie il diritto di scelta secondo le proprie convinzioni filosofiche, culturali, morali e religiose, così come sancito dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e della nostra Costituzione repubblicana. In questo sistema l’importo dato ai genitori, che all’inizio potrebbe essere soltanto una parte della retta totale, per poi aumentare la quota negli anni, è versato alle istituzioni presso le quali gli aventi diritto si iscriveranno per frequentare i rispettivi percorsi formativi.

In questo modo sono premiate le scuole migliori, perché le persone interessate scelgono quanto vi è di meglio sul mercato, facendo così crescere il numero delle scuole e il loro livello qualitativo, creando una libera, moderna, efficiente e plurale offerta formativa. Una scuola magari più aperta alla creatività, all’arte, alla musica e alla pratica sportiva.

Il sistema esposto viene spesso accusato di creare disuguaglianze, con scuole (e quindi studenti e cittadini) di seria A, B, C; accuse frutto di una prevalente cultura statalista del nostro paese, dalla quale Sturzo non si stancava di metterci in guardia. In realtà il sistema scolastico “pubblico” all’italiana ha portato il nostro paese, insieme a molti meriti che gli vanno riconosciuti, ad un’altissima correlazione tra successo educativo e status della famiglia di origine, con una mobilità sociale particolarmente scarsa, evidenziando quindi un sistema profondamente chiuso e ingiusto. Ma nonostante questi dati, un po’ tutti difendono lo status quo, con lo smacco di vedere i ricchi e i politici (magari di sinistra) difendere ed esaltare la scuola statale, ma mandare i propri figli nella scuola privata.

Fare pagare due volte i genitori, attraverso le tasse e poi attraverso l’eventuale retta, che vorrebbero scegliere la scuola più opportuna per i propri figli, ma non se la possono permettere, è la vera ingiustizia del nostro sistema attuale scolastico. Dare vita ad uno nuovo, incentrato sulla libera scelta educativa, potrebbe essere una buona scossa per renderlo migliore e più giusto. E magari tra qualche anno trovarsi con maggiori risorse, insegnanti più motivati e strutture all’avanguardia (senza scomodare il Sole delle Alpi).

Carlo Lazzeroni

La tessera della discordia e il calcio ad un bivio

Il mondo del calcio si è rimesso in moto in queste ore, con la (grande?) novità della tessera del tifoso. 

Abbiamo assistito in questi giorni a veementi proteste degli ultras un po’ in tutta Italia, a divisioni tra tifosi della stessa squadra (nella mia città, Pisa, domenica scorsa si è arrivati allo scontro, prima verbale e poi fisico, tra la minoranza più oltranzista della curva e la maggioranza degli sportivi che ha invece accettato di fare la tessera) e, per finire in bellezza, alla violenta contestazione al ministro dell’interno Maroni, con assalti da parte degli ultras bergamaschi durante un comizio ad una festa leghista.

Ma cosa è questa tessera e perché è tanto ostacolata? La tessera del tifoso è una sorta di bancomat personale con cui i tifosi avranno una serie di servizi  (acquistare i biglietti in modo più veloce, passare attraverso varchi preferenziali negli stadi, accedere allo stadio anche nei casi di partite soggette a restrizioni per ragioni di sicurezza). Il punto più importante infine è che questa serve necessariamente per assistere ad una partita in trasferta, visto che le società hanno l’obbligo di vendere i biglietti riservati ai settori ospiti esclusivamente ai possessori della tessera del tifoso.

Insomma non è una schedatura vera e propria ma poco ci manca. Per questo è chiaramente rifiutata dagli ultras e perché, con questo sistema i tifosi sottoposti alla Daspo non potranno più, contrariamente e quanto avveniva fino ad ora, eludere il provvedimento di divieto ad entrare negli stadi. Insomma questa tessera non sarà la panacea di tutti i mali, ma è un passo avanti per responsabilizzare tutti gli sportivi che vanno allo stadio. E quei tifosi che non hanno niente da temere con la giustizia, forse ci guadagnano qualcosa.

Ma questo provvedimento non potrà, da solo, cambiare un sistema calcistico che nel tempo sta diventando insostenibile. Servirà molto altro per provare a mettere in campo quella rivoluzione culturale di cui il calcio avrebbe bisogno. Vediamo alcuni spunti: innanzitutto, l’istituzione di questa tessera dovrebbe bloccare, fin da subito, le decisioni prese dall’Osservatorio Nazionale delle manifestazioni sportive  e il Casms (Comitato di analisi per la sicurezza delle manifestazioni sportive) di negare ai tifosi di una squadra ospite di partecipare ad una trasferta, o di disputare partite a porte chiuse. Questo infatti va proprio contro la nuova filosofia che servirebbe per migliorare il nostro calcio. La politica e le istituzioni che garantiscono la sicurezza dovrebbero, d’accordo con la Figc, avere inoltre maggior coraggio e ridurre drasticamente la militarizzazione della domenica, con intere zone delle città chiuse e blindate per una partita di calcio. Ogni cittadino di buon senso sa, con la crisi in corso e con i problemi di criminalità che abbiamo, che lo sproporzionato numero di forze dell’ordine negli stadi è un costo non più sostenibile, oltre che un affronto allo sport, quello vero.

A questo proposito qualcosa si sta muovendo; ad esempio, negli ultimi anni la città di Firenze ha sperimentato la graduale riduzione di impiego delle forze di polizia e solo nelle aree più esterne dello stadio. Su questo tema dovrebbero rischiare di più anche le società calcistiche, che in troppi casi tengono rapporti troppo stretti con i violenti di casa propria. Alle società invece dovrebbe essere affidata, attraverso gli steward,  la completa gestione della sicurezza negli impianti, con la polizia soltanto in supporto. Inoltre basterebbe poco per prendere iniziative tese a svelenare il clima tra opposte tifoserie, ad esempio organizzando “terzi tempi” tra tifosi, con punti di accoglienza prima e dopo la gara per i tifosi ospiti. E infine si dovrebbe avere il coraggio di abbattere le barriere degli stadi, da noi troppe volte concepiti come un campo di battaglia, con divisioni e gabbie per i tifosi. In attesa di costruire nuove stadi più adatti ad accogliere bambini e famiglie, che almeno si facciano delle piccole migliorie su quelli vecchi. Se in Inghilterra e in altri paesi europei non esistono divisioni tra tifosi e tra i tifosi e il terreno di gioco, se ai mondiali o agli europei è normale per i tifosi vedere le gare stando fianco a fianco, perché non deve essere possibile, nei nostri stadi, vedere tifosi di squadre avversarie sedere gli uni accanto agli altri? Come in Inghilterra, serve anche da noi il pugno durissimo contro chi sgarra (ricordo che all’interno degli stadi inglesi esistono delle celle dove i tifosi sono messi in attesa di essere arrestati), ma anche una nuova cultura sportiva di vivere il calcio che, guarda caso, viene sottolineato da ogni allenatore italiano che va ad allenare all’estero. Non sarà facile e sarà un processo lungo, ma siamo ad un bivio. La tessera del tifoso deve essere solo un piccolo tassello inserito in una serie di azioni per dare vita ad una nuova era: senza, il calcio sopravvivrà ancora per un po’, ma non avrà un grande futuro.

Carlo Lazzeroni

Piombino: Facciamo qualcosa contro il vandalismo gratuito

Ancora atti di vandalismo oltre agli episodi di Via Colombo e Via Boccaccio, anche in Via Cavalleggeri nell’ultima settimana sono stati spaccati con sassate i vetri di 3 auto.
Purtroppo fenomeni di questo tipo si moltiplicano in città, nonostante i controlli delle forze dell’ordine, che chiaramente fanno quello che possono, ma ovviamente non riescono ad essere ovunque nello stesso momento.
I cittadini colpiti chiedono reazioni forti da parte delle Istituzioni, ma le soluzioni a disposizione sono poche e difficilmente si possono trovare i responsabili, che di solito colpiscono nel buio ed in zone appartate.
Se un deterrente esiste, al di là di stimolare a tutti i livelli il rispetto per le cose altrui, sarebbe un sistema tipo “Grande Fratello” con il controllo tramite telecamere delle zone più critiche della città.
Chiaramente ciò implicherebbe problematiche sul diritto dell’essere umano a tutelare la propria vita privata, nonostante esistano norme specifiche in materia di privacy.
In molte realtà sono già state introdotte telecamere per garantire la sicurezza sul territorio, peraltro anche per il controllo del traffico sono ampiamente utilizzate, bisogna riflettere attentamente sull’eventualità di poterle introdurre eventualmente anche da noi.
L’utilizzo sarebbe molteplice, non solo per gli atti vandalici, ma anche per garantire la sicurezza in genere.
Questa è una riflessione e non una proposta concreta, d’altronde un controllo serrato del territorio di questo tipo può essere possibile solo con il supporto autorevole dei cittadini, è opportuno che si eviti di dare la percezione che si stia istaurando uno Stato di Polizia.
A nostro avviso è il momento di introdurre questo argomento nel dibattito pubblico locale, o perlomeno al di là delle opinioni di ciascuno, capire che tipo di interventi possano essere attuati per limitare il ripetersi di atti di vandalismo gratuito da parte di balordi che arrecano inutilmente danno alla nostra comunità.

Giovani e Tremonti: quando la malpolitica butta nelle strade!

Mentre il Tremonti jackpot della manovra è fermo a 24 miliardi di euro, avendo in modo miope gambizzato i soli noti, nessuno ha pensato a quelle persone umili, usando un eufemismo, che non ci tengono ad apparire… quei fenomeni che se hanno una barca di dodici metri, la tengono sapientemente nascosta intestata al mitico prestanome del momento: infondo si.. avrà pensato dall’alto del suo pallottoliere Giulio, un po’ di riconoscenza per quei bravi cittadini che costruiscono ville senza avvertire nessuno, solo perché non vogliono caricare di lavoro gli uffici già congestionati di tutta Italia. Come biasimarli? E poi, rispetto a duecentocinquanta miliardi, i ventiquattro che vi chiede Tremonti cosa sono? Spiccioli, Spiccioli.
Stamattina, complice il caldo, sono uscito di stanza un po’ prima… la spiaggia libera poteva attendere qualche oretta. Spero non la vendano nel giro di pochi minuti; allora in attesa di vedere gli orari di una retrospettiva fotografica, nella famosa strade delle buche (preciso che ero Pisa), ecco passando da Borgo Stretto, la strada di mattina era solitamente vuota. Poi ecco da piazza Vettovaglie. Ecco giungere una musica che nel silenzio della via vuota accentuava e accompagnava nel viaggio. C’era un musicista: un ragazzo (?) sui 20-25, insomma classe ’84; giusto qualche anno piu di me. Era li con la chitarra che cantava De Andrè da dio. La sua faccia mi era familiare e la mia doveva esserlo per lui. Finita la canzone si avvicina e ci riconosciamo: un mio compagno delle scuole medie che ribeccai nel 2006 ai test di ingresso in università. Proprio Lui. Certo magari all’epoca si era più magro, piu bello e con piu capelli… ma era lui il musico della piazza. È un po’ imbarazzato, gli chiedo di automettersi in pausa e far due parole. Lui accetta, ma non prima di aver raccolto qualche spicciolo messo li dai turisti annoiati, i soliti nipponici che trovi a tutte le ore… Al bar parlottiamo un po’ finché non vado dritto al punto: “Perché sei in Piazza a suonare con una chitarra?”. Insomma sei un mio coinquilino di “scalate” e sono conscio perché consapevole su me stesso, che stacchi un bel biglietto per il lavoro nero, se il panorama circostante e desolante. Beh ecco, lui inizia a raccontarsi… sembrava la fotocopia di quanto ho gia sentito in questo anno di Cisl..

Sento una storia classica dei nostri giorni: laurea con lode in (udite udite)mera poi passato ad ingegneria, stage non rinnovato, call center di tamponamento, call center di resistenza, call center come precario impiego stabile, fanculo al call center. Colloqui promessi e non sostenuti. Centinaia di curricula inviati. Rientro a casa dai genitori: la sintesi delle peregrinazioni e disgrazie di un precario del nuovo millennio. La sua chitarra, da strumento per rimorchiare nella gita di scuola, da passatempo e momento di evasione, è diventata la sua busta paga.
Ci siamo salutati così, senza neanche prometterci di rivederci (non sia mai, avrà pensato lui) e poi ho proseguito con i miei pensieri, roba che ti vien voglia di mangiarti Il Tirreno se leggi i titoli dei soliti noti che giorno dopo giorno stanno fottendo con acrobazie incredibili, quanto resta di questa repubblica sonnacchiosa e senza timoniere. La chiameranno rassegnazione generazionale, ci faranno su qualche filmetto ben fatto.. ne parleranno sociologi e addetti ai lavori.
Come una sorta di nastro adesivo con la scritta Fragile.. mi sono dato un bel in bocca al lupo e ho iniziato la mia estate.

Christian Condemi

Generazione Neet: ma lo siamo davvero?

Riceviamo da Christian Condemi

Nelle ultime settimane siamo stati definiti Generazione NEET (nè studio nè lavoro e nè formazione), bamboccioni, mammoni e nullafacenti coperti dal welfare familiare attraverso un’operazione di mistificazione dei dati pubblicati dal Rapporto annuale a cura dell’Istat e di altri enti di ricerca.
Dietro i nuovi stereotipi e le ridicole banalizzazioni si cela una condizione materiale che parla di precarietà, lavoro nero e disoccupazione giovanile con i tassi più alti d’Europa: Il 30% dei giovani tra i 18 e i 25 anni è disoccupato. Il confronto con il resto dei paesi europei rileva la necessità di riflettere sul tema della redistribuzione della ricchezza, così quello delle politiche di welfare e delle forme di protezione sociale.
L’Italia e la Grecia sono gli unici due paesi in Europa a non avere nessuna forma di protezione sociale e di sostegno al reddito. Quando non si trova un lavoro a progetto, intermittente o occasionale ci si immerge nel grande universo degli stage, una recente ricerca dell’Isfol sottolinea che siamo diventati una “nazione di stagisti seriali” con il 19% dei giovani precari che si è ritrovato a farne almeno tre, naturalmente senza nessun rimborso spese o retribuzione. Riprova, sarai più fortunato sembra lo slogan annunciato mentre sorridendo, ci danno una pacca sulla spalla. Infatti soltanto il 2% degli stage arriva ad avere una stabilizzazione contrattuale. (FONTI ESTRAPOLATA DA UN EMITTENTE RADIOFONICA)

*Nella Roma capitale della precarietà giovanile ,anzi diciamo anche nell’Italia in senso pieno, non si trovano ad ora risposte adeguate,progettualità da ridisegnare scenari da tracciare, blog forum radio eventi opinioni dibattiti, aiutano a rendere meno invisibile questa galassia precaria,spesso surclassata e messa in secondo piano… quasi come se le publicità i media… avessero piu interesse a parlare delle code in autostrada per gli esodi di agosto, o appunto di carla Bruni, per citare il buon Cristicchi.
La politica spesso è assente anche se il libro di qualche tempo fa dedicato ai giovani scritto da Fini, è bel punto di partenza. In controtendenza però con la classe dirigente degli ultimi anni, una delle peggiori, e la politica è stata la grande assente anche per le recenti decisioni fiat,perlomeno il governo un governo con il ministero dello sviluppo economico incancapace di decidere… o le stesse forze di sinistra pronta a tifare o marchionne o la fiom… spiazzanti.

Eppure loro ci sono, questi precari non sono cosi extra terrestri, o freddi dati statistici, sono storie brandelli di vita, esistenze, sono in mezzo a noi… negli annunci stropicciati, nelle bacheche di facoltà… dove spopolano affitti in nero, dinanzi il miraggio di un interinale,oppure su un volo Ryianair, per andare chissa dove.
Perchè in fondo si vive una volta e il bagaglio delle esperienze deve essere proprieta di ognuno, e non scritto dalle rigide leggi di mercato… ci sono venuti a dire che la cosidetta “giustizia del proletariato” ha impallinato come un fagiano il signor Biagi Marco, ci sono venuti a dire che non abbiamo la verve dei giovani francesi,capaci di scendere in piazza a Parigi non solo per il concertone del primo maggio, altri slogan ci dicono che non puo gravare tutto sulle nostre spalle.

Ma chi sono i veri interlocutori di questa generazione?
Una generazione spesso spaesata ma al contempo pronta a mettersi in gioco, pronta a sostenere Stage, lavori stagionali, a ribaltare il destino, ma stavolta senza valige di cartone, verso chissà quale America, che non esiste nemmeno piu, magari stavolta con un ipod o un tomtom, destinazione paradiso.

Claudio Marchisio ha probabilmente sbagliato, ma i cattivi maestri non mancano

Avviso ai naviganti, a coloro che non in questi casi “non sapevano”, “non avevano capito”: votare Lega Nord equivale sempre più ad affossare l’Italia. Tutto è ancor più chiaro dopo l’ultima festa della Repubblica.
Per carità, è certo, la parata del 2 giugno non allevierà la crisi economica, non garantirà le pensioni a tutti, non aiuterà a far arrivare alla fine del mese quanti stringono la cinghia, ma è un tributo di noi tutti, della Nazione, a coloro che ogni giorno sfidano le difficoltà per garantire sicurezza e la pace di tutti, in onore di chi per noi perse la vita, è una festa nella più grande festa dell’Italia, di noi tutti.
Sono fra quelli che per il 2 giugno regalerebbe ai ragazzini delle elementari una giornata indimenticabile a Roma, con la bandierina tricolore; trarrebbero probabilmente un insegnamento per tutta la vita. Con i valori non ci si riempe la pancia, ma si sta insieme, si cresce considerandoci una grande famiglia. I valori non sono negoziabili e riconoscerci italiani è un valore. Il rispetto per l’altro, la sussidiarietà, l’aiuto a chi ha meno passa anche da qui.
Ma ora è giusto che il Ministro dell’Interno manchi a Roma il 2 giugno e con lui tutti i rappresentanti leghisti? E’ ortodosso che magari questo Ministro fugga dall’Inno nazionale? In Maroni, leghista, Ministro della Repubblica, Italiana, c’è una contraddizioni di termini. Questo tentativo di marcare sempre la differenza fa male al Paese, non è nemmeno più sottotraccia, una volta lo porta avanti l’uno, l’altra volta l’altro, ma è un tentativo continuo e istancabile di marcare la differenza. E’ l’ora che soprattutto nel centrodestra qualcuno metta dei paletti.
Io sto con Napolitano che tiene la schiena dritta.
In questi giorni un calciatore della nazionale, Claudio Marchisio, benestante classe ’86, si è probabilmente reso protagonista di un brutto quanto leggero gesto, ha in poche parole vilipeso l’inno della nazionale di cui vestirà i colori al mondiale.
”Nessuna frase offensiva, semplicemente ero fuori tempo con la banda e il mio labiale puo’ essere sembrato non in sintonia con l’inno”, Marchisio si è così giustificato. Lui sarà pure un ragazzo, ma i cattivi maestri non mancano.
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