Garante per i detenuti. Sciopero della fame contro politiche carcerarie del Ministro della giustizia

Riceviamo e pubblichiamo: di Ruggero Valori

Lo sviluppo della ragione umana, nel suo incedere tortuoso e imprevedibile, con accelerazioni improvvise e sciagurate perversioni, ha guidato comunque i legislatori ad un esito per lo più comune per quanto riguarda la finalità della pena, riconoscendone accanto alla componente retributiva (reato/pena), anche la sfera più evoluta della emenda del reo con il consequenziale reinserimento sociale (reato / pena / rieducazione / reinserimento sociale).

L’attività di repressione criminale e la correlata irrogazione delle sanzioni sono dunque finalizzate, non come in epoca primordiale al principio della vendetta privata né come in epoca romano barbarica alla punizione esemplare e immediata di coloro che attentavano in qualche modo alla salute pubblica, ma sono dunque finalizzate all’esito della rieducazione , la quale fonda tutta la sua potenziale efficacia nel sottosistema carcerario e sull’ambiente ad esso circostante ovvero sull’ umanità (per la sopravvivenza e lo sviluppo ri-educativo) del complesso organizzato delle persone addette alla sorveglianza sulla detenzione nonché sull’ adeguatezza del luogo di detenzione (il quale deve – in ossequio alla ragione umana di un determinato periodo storico – ricomprendere degli “spazi vitali individuali ed esclusivi” di libertà).

A queste conclusioni il Legislatore costituzionale, visionario sapiente dello sviluppo della giustizia sociale nel nostro Paese ha formulato all’art. 27 un programma rieducativo della pena: “La responsabilità è personale / l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva / le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.

È utile concentrare la nostra attenzione filologica sui termini fondativi di questa norma: umanità, secondo i dizionari più usati, è “l’insieme dei caratteri essenziali e distintivi della specie umana uniti ad un sentimento di fratellanza e aiuto reciproco nel bisogno, dove la seconda caratteristica perfeziona e qualifica la prima; rieducazione è “l’opera psicopedagogica di correzione/sostegno di individui che presentino fragilità connaturali o derivanti da un ambiente di formazione inadatto dal punto di vista sociale e morale; e reinserimento è “l’attività volta al reintegrazione nella vita sociale e civile di una persona”.

con immediatezza si può dunque affermare che l’umanità’, la rieducazione e il reinserimento della “persona allontanata dalla vita sociale “costituiscono un nuovo inizio, una nuova nascita, nuova vita che contiene ed è titolare comunque dei diritti non negoziabili, quali il diritto alla propria interiorità (fede), il diritto a veder rispettata la propria dignità umana (il diritto alla vita ne costituisce la precondizione logica-sostanziale), il diritto allo sviluppo umano integrale della persona e, pur ridotto, anche il diritto di libertà (o meglio il diritto a spazi esclusivi di vita).

Un altro approdo delle legislazioni contemporanee, sempre più attente alle necessità dei cittadini, è stata l’istituzione, grazie in special modo al contributo del diritto anglo-americano, di figure le quali ricoprono la funzione istituzionale di “mediare” tra gli interessi violati dei cittadini e le varie amministrazioni. Tra i molteplici esempi giova ricordare il Mediatore europeo, il Difensore Civico, l’Ombusdman bancario ed anche per quanto interessa in relazione a questa drammatica vicenda del Garante per i detenuti di Firenze.

Anche quest’ultimo è un organo di garanzia che, in ambito penitenziario, ha funzioni di tutela delle persone private o limitate della libertà personale. Oggi questa figura è presente in 23 paesi dell’Unione europea. In Italia non è ancora stata istituita la figura di un garante nazionale per i diritti dei detenuti ma esistono già i garanti regionali, provinciali e comunali, le funzioni dei quali sono definite negli atti istitutivi.

I garanti, i quali godono per legge (L.14/2009) del diritto di visita degli istituti penitenziari senza autorizzazione, ricevono segnalazioni sul mancato rispetto della normativa penitenziaria, sui diritti dei detenuti eventualmente violati o parzialmente attuati e si rivolgono all’Autorità competente per chiedere chiarimenti o spiegazioni, sollecitando gli adempimenti e o quanto occorra ai detenuti.

Di fronte ai recentissimi eventi che hanno visto il Garante dei diritti dei detenuti di Firenze in protesta estrema con uno sciopero della fame per denunciare ancora una volta la tragedia-carcere in Italia e più nel particolare il silenzio definito “offensivo” del giovane Ministro della Giustizia sulle ragioni della chiusura del carcere di Empoli e “sui motivi del blocco dell’esperimento di un carcere transgender” non possiamo non rileggere, con lo stupore di chi ha acquisito un’anticipazione, il contributo di E. Agazzi (Annuario di Filosofia, 2007. Natura ed Evoluzione: intrecci tra scienza e metafisica, pag.65) il quale spiega che ormai esiste nel pensiero di certe nostalgiche elìte, in maniera abbastanza radicata, la convinzione di ritenere inutile (e dannoso all’evoluzione della specie) l’atteggiamento protettivo nei riguardi dei deboli, degli emarginati (anche i carcerati) e di coloro che sono socialmente svantaggiati e parimenti si cristallizza sempre di più l’idea aberrante, già rilevatasi fallimentare e tragica al giudizio della storia recente di un progresso dell’umanità assicurato lasciando che nella lotta per la vita i più forti prevalgano senza alcun meccanismo di controllo etico-morale-giuridico e senza alcun aiuto per i più deboli, per questo destinati a soccombere; in forza di questi scandalose idee sulla selezione naturale (rectius innaturale) si sono aperte le porte (lo testimoniano le continue violazioni della dignità umana ad ogni livello e in ogni punto del pianeta) ad un nuovo darwinismo socio-economico, che , come abbiamo detto finora implicitamente, postula come fine ultimo e di ordine generale una brusca riduzione della popolazione mondiale nella sciagurata convinzione che a “riduzione” corrisponda aumento di ricchezza attraverso il crollo della spesa per le politiche assistenziali e sociali

Diviene in questo modo drammaticamente attuale la domanda epocale di Margalit: “che cos’è un società decente?

Una società decente è una società che non umilia, un società nella quale le istituzioni non umiliano le persone.

E si distingue la società civile da quella “decente”, nella società civile i membri non si umiliano gli uni con gli altri; la società decente (livello inferiore) è una società nella quale, piace ripeterlo, almeno le istituzioni non umiliano le persone (A. Margalit, la società decente, 2002).

La punizione (l’attività umana dunque su cui è fondato il sistema carcerario ) è cartina tornasole di un società decente perché il rispetto accordato ad un criminale è in effetti rispetto della dignità umana; e in un società, che sia almeno decente, i criminali si puniscono ma non si umiliano.

La mancanza di umiliazione, sostiene Margalit, consiste nel principio di eliminazione della tortura (che ricordiamo a noi stessi può essere dei generi più vari dal waterboarding (affogamento simulato) alla privazione del cibo, dalla privazione della carta da scrivere o della corrispondenza alla letteratura sulle attenzioni sessuali per le fidanzate o mogli di terroristi o altri pericolosi sovversivi, dalle botte ai suicidi agevolati (omicidi?), alla mancata distribuzione di sapone) nonché della violenza fisica e psichica.

È così essenziale una società decente che si può affermare:”le disparità così turpi, in ogni ambito, distruggono lentamente una comunità e danneggiano i soggetti attraverso le emarginazioni e le umiliazioni quindi… non c’è altra soluzione: riscopriamo l’efficacia rivitalizzante della ricerca onesta del vero, senza l’infingimento e la barbarie dei condizionamenti del pensiero neodarwinistista, al fine di carpire il mistero insito nei rapporti e nei sentimenti tra esseri umani e, in ossequio al secondo imperativo di giustizia che postula il principio di non offensività (alterum non ledere), nell’immediato futuro costruiamo almeno un società decente (nella quale le istituzioni non umiliano le persone).

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: